Una Nota da Neale

L’influenza di mio padre

Miei cari amici…

Lasciate che vi racconti una piccola storia sul giorno in cui mio padre morì.

Sapevo che la salute di mio padre non era delle migliori da un po’ di tempo. Aveva 83 anni e la sua salute andava deteriorandosi, e quindi la sua morte non fu per me uno shock. Quando arrivò la telefonata e la voce all’altro capo disse “Neale, mi dispiace doverti dire che tuo padre è morto”, ciò che provai non fu sorpresa, ma grande tristezza – e un’ondata di panico. La tristezza la capivo, il panico no. Era una specie di paura che non avevo mai provato prima.

Dissi a me stesso che era l’esperienza di chiunque si senta improvvisamente sopraffatto. Ma perché mi sentivo sopraffatto, mi domandavo. Triste, si, ovviamente, ma sopraffatto?

Poi, quando guardai più in profondità i miei sentimenti, realizzai che era perché sentivo che ora ero “al comando”. Ora ero io quello “in cima”. Ora ero io l’esponente della famiglia. Ora ero io “l’anziano”, il “capo”, “l’ultima risorsa”.

Improvvisamente, non c’era nessuno sopra di me. Il testimone era stato passato.

Questo significava che ora dovevo essere quello con tutte le risposte? Ora avrei dovuto avere tutte le soluzioni per tutti gli altri, come Nuovo Patriarca della famiglia?

Ma per quanto riguardava me? A chi avrei potuto rivolgermi quando le cose non fossero andate bene a me? A chi avrei fatto appello?

In effetti, da molto tempo non avevo fatto appello a mio padre in quel senso, ma ciò non faceva differenza. Mi sentivo bene sapendo che Papà era sempre lì se ne avevo bisogno. Ora lui era andato, e mi ritrovavo con me stesso.

Nella naturale gerarchia della famiglia, e dal momento che all’epoca non ero sposato, tutti ora erano “sotto di me”.  Nessuno era nemmeno al mio livello. Ero, davvero, tutto solo.

Non fu una sensazione facile da eliminare. Mi ci vollero mesi per superarla. La mia esperienza sul campo alla fine mi mostrò che non ero senza le risorse di mio padre. Me le aveva date durante la sua vita, e la sua morte non me le aveva portate via. Nei momenti di stress o di difficoltà ricordavo le cose che aveva detto, la saggezza che aveva condiviso, anche alcune delle soluzioni che aveva messo a punto, e usavo spesso quelle conoscenze e quelle strategie.

Mio padre era ancora con me, attraverso le idee che aveva messo nella mia testa.

Ma ora, c’ero di nuovo, a confronto nei dialoghi di CcD con un’altra sensazione di aver perso la mia risorsa più grande, il mio “tribunale di ultima istanza”.

Il pensiero che non avessi bisogno di Dio significava per me che non avevo Dio da cui dipendere, che non avrei dovuto dipendere da Dio perché sono un essere autosufficiente che in realtà E’ Dio, e quindi non dovrei aver bisogno di nessuno.

L’idea di non aver bisogno di nessuno non era confortante per me. So che avrebbe dovuto esserlo, ma non lo era. Come ho detto, mi piaceva l’idea di aver bisogno di qualcuno. Ma dovevo concordare con l’osservazione del libro che proprio questa sensazione di aver bisogno di qualcuno o qualcosa al di fuori di se stessi è ciò che ha reso così tanti milioni di persone dipendenti da religioni organizzate, e co-dipendenti nelle loro relazioni umane.

Quando più tardi, in Comunione con Dio, mi è stato detto che l’idea che esista il bisogno è un’illusione, non avevo dove andare con le mie sensazioni di disagio, se non ulteriormente in questo mistero per vedere cosa potesse rivelarmi sulla vita stessa, e sul processo del vivere.

Comunione con Dio mi incoraggiò a guardare tutto ciò che pensavo, o avessi mai pensato, di aver bisogno nella vita, ed esplorare poi la questione se davvero avessi bisogno di quelle cose, o se fossero semplicemente cose di cui pensavo di aver bisogno. Erano solo preferenze, ma non necessità?

Dovetti ammettere che sulla lista non c’era molto che io esigessi assolutamente e decisamente per poter essere felice. E Comunione con Dio diceva che non avevo nemmeno bisogno di nulla per sopravvivere. La mia sopravvivenza, diceva, era garantita, dato chi ero e cosa ero.

Non avevo bisogno di cibo. Non avevo bisogno di acqua. Non avevo bisogno di un riparo. Non avevo nemmeno bisogno di aria. Se fossi rimasto senza ossigeno per molto tempo il mio corpo avrebbe smesso di funzionare, vero, ma io — l’ “io” che è “me” — no. Né io avrei mai smesso di funzionare.

Ciò considerato, non avevo nulla di cui preoccuparmi.

Ovviamente lo compresi a livello metafisico. Ma volevo trascorrere ancora un po’ di tempo qui, sulla Terra, nel mio corpo, così sentivo che c’erano tante cose di cui avevo bisogno. Ma seppure in quel contesto in qualche modo più vulnerabile, se ero davvero onesto potevo vedere che per sopravvivere e per essere felice in questa vita avevo bisogno di molto poco — e di nessuna delle cose sulla mia lista!

CcD chiarì che la felicità — e le cose che possono creare felicità — non si trovano al di fuori di noi stessi. In realtà, quello è il luogo in cui si può trovare INfelicità — soprattutto se è l’unico posto dove guardo. “Se non vai dentro, vai al di fuori”, dice CcD, in quello che probabilmente è uno dei passaggi più notevoli.

E’ il modo in cui ci sentiamo nei confronti della vita, o di qualsiasi evento della vita, a renderci felici o infelici, e il modo in cui ci sentiamo nei confronti di qualcosa viene creato dentro di noi, non fuori di noi.

Con gli anni sono arrivato ad apprezzare la saggezza di quell’intuizione sempre più profondamente. Ho allenato me stesso a vivere il messaggio di CcD come disciplina di vita, a cercare la mia felicità all’interno, e a non porne la fonte al di fuori di me stesso.

E ho visto — grazie soprattutto ai messaggi di Amicizia con Dio — che il fatto che io non abbia bisogno di Dio non significa che io sia solo o senza risorse. Essere Uno con Dio mi dà accesso a tutte le risorse che potrei mai usare, mi rende potente oltremisura, e mi permette di vivere la mia vita come un atto di creazione. Ecco dov’è la meraviglia, ecco dov’è l’eccitazione, ed ecco dove si trova la vera esperienza di Chi Sono Davvero.

Dio non vuole che io abbia bisogno di Dio, non più di quanto i genitori vogliano che un figlio abbia bisogno di loro, ma piuttosto insegnano al figlio come non aver bisogno di loro — proprio come mi hanno insegnato mio padre e mia madre. Mi hanno reso non-dipendente da loro dandomi il dono di chi essi sono. Ogni dono che era il loro, me lo hanno dato. Tutta la conoscenza, tutta la saggezza, tutto il potere. Tutto l’affetto, tutta la compassione, tutto l’amore. Tutto il coraggio di affrontare i problemi, tutta l’immaginazione per risolverli.

E ora vedo che questi doni sono arrivati anche a me, e a tutti noi, dal nostro migliore amico, Madre/Padre Dio. Quando potrei usare un’idea, quando vorrei avere un’ispirazione o un’intuizione, quando voglio evocare del coraggio o della compassione, quando scelgo di mostrare estremo amore, posso rivolgermi a Dio, che è la Fonte di tutte le cose — che è tutte le cose.

E Dio mi ha mostrato, mi ha detto in termini diretti ed inequivocabili, che colui a cui mi rivolgo davvero è me Stesso. Poiché me Stesso e Dio sono Uno, e non esiste separazione tra noi. E quindi io sono tutto ciò che Dio è. Quindi, non ho bisogno di niente. Nemmeno di Dio.

Mi sento arricchito di potere, non derelitto. Mi sento espanso, non ridotto. Mi sento accompagnato, non abbandonato. L’affermazione “Non hai bisogno di Dio” mi arricchisce, non mi impoverisce. Espande, non contrae, la mia anima. Mi illimita, e mi dà libertà. Libertà di esprimere chi sono nel modo più grandioso che io possa immaginare.

E se non è questo ciò in cui consiste la vita, allora non so cosa sia.

Con amore,

Neale

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